Una poesia di metà del Settecento dalla cattedrale

Altra piccola perla sempre dalla pagina Facebook “Foto di Lucera com’era una volta” dopo il sonetto del 1745. Questa volta tra i commenti è spuntata un’ulteriore poesia questa volta proveniente dalla cattedrale, pubblicata e trascritta da Francesco Antonio Romice, che ringraziamo per averci concesso di pubblicarla sul blog, e che è datata dallo stesso alla seconda metà del Settecento.

Alessandro De Troia

La poesia settecentesca pubblicata da Francesco Antonio Romice

Di seguito il testo:

In manto umile il spirto hai di colomba,
voce di tuon ch’al ciel ne chiama, e tira,
onde pria pe’ l’orecchio alto s’aggira,
poi soave ne’ cuori echo rimbomba.
Angel rassembri, che con aurea tromba
venga i morti à destar nel dì de l’ira,
poicchè poer te risorge, e vive, e spira,
anima estinta e chiusa in cieca tomba.
E tromba sei, che il fier satan disfidi,
e ai rei tutti di quel mostro amanti
spada, che li trafiggi, e che l’ancidi.
Tu colla forza de’ tuoi detti Santi,
Per il dritto sentier deriggi, e guidi,
e dall’alma il peccato abbatti e spianti.

La cripta della chiesa San Francesco. Le foto dai restauri

Negli anni dei restauri della chiesa di San Francesco (siamo alla fine degli anni Settanta del Novecento), tra le altre cose si rifece il pavimento dell’intera struttura e voci raccontavano che ci fu anche una piccola ispezione agli ambienti della cripta che insiste sotto il piano di calpestio.
Girando per Lucera in cerca di notizie, siamo venuti a conoscenza di fotografie che documentano tale cripta e, tra una chiacchierata e l’altra, Francesco Zaccaria ci ha confidato che era in possesso delle immagini in quanto ebbe accesso personalmente agli ambienti sotterranei durante i lavori svolti con l’allora Gruppo Archeologico Dauno, sezione di Lucera.

Di seguito pubblichiamo una piccola intervista fattagli pochi giorni fa che ci permetterà di aggiungere elementi alle fotografie da lui generosamente donateci.

A: Ciao Francesco, innanzitutto grazie mille per la segnalazione delle foto e per la cortesia dell’invito. La prima domanda che vogliamo porti è: cosa ci facevi lì e con chi eri?

F: Con un piccolo gruppo di amici intorno alla fine degli anni Settanta, decidemmo che la nostra passione per la storia e l’archeologia poteva divenire “ufficiale” e formammo la sezione lucerina dei Gruppi Archeologici d’Italia (GAI) denominandolo Gruppo Archeologico Dauno. Tra gli altri membri oltre me spiccavano Fernando Forte e Tonino Russo. Il tutto sotto la guida preziosa e competente del prof. Giampaolo Pennacchioni.

Il nostro orgoglio fu quello di segnalare in contrada Ripatetta, a pochi chilometri da Lucera, un villaggio preistorico studiato in seguito dall’equipe del Prof. Carlo Tozzi dell’Università di Pisa, che passò molti mesi a Lucera riportando studi e reperti.
Quando venimmo a sapere dei lavori nella chiesa di San Francesco, chiedemmo ai responsabili del cantiere l’autorizzazione per poter accedere alla cripta per farci un’idea di cosa ci fosse sotto la struttura. Fortunatamente potemmo accedere e vedemmo con i nostri occhi gli ambienti.

A: Sarà stata un’emozione incredibile. Da dove entraste per accedere alla cripta?

F: Accedemmo alla cripta da un’apertura, guardando l’altare, sulla sinistra, distante qualche metro dall’entrata. Portammo una scala, collegammo una torcia ad un lungo filo e scendemmo giù negli ambienti.

A: Parlaci un po’ degli ambienti della cripta. Le condizioni, gli oggetti e le dimensioni.

F: L’ambiente era alto circa 2 metri e mezzo, forse 3 (probabilmente l’altezza effettiva poteva essere superiore vista la grande quantità di detriti accumulati nel tempo), largo e lungo poco più di 3 metri. Dalla zona di entrata si dipanavano tre altri ambienti di cui 2 chiusi da una parete di mattoncini, mentre un terzo si presentava più in basso rispetto agli altri ed è per questo motivo che supponemmo che il piano della cripta fosse sotto cumuli di detriti.

Incautamente decidemmo di introdurci all’interno di uno dei tre ambienti strisciando verso l’apertura. Dopo alcuni metri vedemmo affiorare dai detriti moltissime ossa e un’altra arcata che probabilmente portava in un ulteriore ambiente. Decidemmo però di terminare l’indagine in quanto i pericoli di eventuali crolli o dissesti iniziavano a crescere.

A: E dopo questa “scoperta” cosa accadde? Quali furono le vostre aspettative?

F: Chiedemmo se quegli ambienti sarebbero mai stati indagati in maniera strutturata e seria ma ci dissero che si ritenne di non procedere dati gli alti costi che questo avrebbe comportato.

A: Ti ringrazio molto per il tempo che ci hai concesso.

F: È stato un piacere.

Vi lasciamo alle fotografie che Francesco ci ha gentilmente concesso di pubblicare con qualche considerazione finale.

La conoscenza e lo studio sia della topografia che delle strutture monumentali di Lucera, da anni necessita di un qualcosa che sia sistematico. Troppo spesso abbiamo letto studi che non hanno una continuità né tanto meno è mai stato attuato un piano di valorizzazione della Lucera sotterranea ancora presente nel centro storico e non solo: pensiamo ad esempio anche alla cripta di San Leonardo o di San Domenico. Alcune leggende vogliono che nella seconda siano presenti persino delle mummie, per non parlare poi della Cattedrale. Quando avevo 16 anni vidi con i miei occhi, dall’accesso alla cripta, più o meno lo stesso spettacolo che si presentò davanti a Francesco Zaccaria. Quali tesori custodiscono quegli ambienti? E quante storie si potrebbero riscrivere analizzando e studiando le strutture? È davvero solo una questione economica e di fondi? Siamo consapevoli che effettuare uno studio e uno sterro di ambienti così complessi possa essere oneroso, ma l’esempio della chiesa del Carmine, in cui la cripta è stata riportata alla luce, dimostra che volere è potere. E in questo caso potremmo, tutti, come cittadinanza, volerlo. In primis per la conoscenza e la memoria storica della città, ma anche in ottica di rivivere e riscoprire una parte di noi lucerini che aspetta solo di essere svelata.

Alessandro De Troia

Il saggio vincitore del concorso “Augustale d’oro” 2012

Pubblichiamo il saggio vincitore del concorso “Augustale d’oro” 2012, indetto dal Centro Attività Culturali “don Tommaso Leccisotti”, con il Patrocinio del Comune di Torremaggiore e della Regione Puglia. Tra i giudici anche il prof. Pasquale Corsi, professore ordinario presso l’Università di Foggia.

Augustale dell’Imperatore Federico II

Il saggio dal titolo “Presenze Cristiane e musulmane nella Lucera del XIII secolo. Nuove ipotesi e spunti di ricerca“ è stato redatto da Alessandro De Troia, Michele Giardino, Alessandro Strinati e Walter di Pierro.

Il saggio ripercorre gli studi sulla città di Lucera mettendo in luce alcuni aspetti poco chiari della Luceria Saracenorum del XIII secolo. Dalla Chiesa di San Francesco fino alla cattedrale.

Buona lettura.

Nel caso non si visualizzasse è possibile scaricare lo scritto QUI

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La cattedrale di Lucera tra virtuale e leggende

La basilica cattedrale di Lucera, consacrata agli inizi del 1300, è stata oggetto recentemente di una ricostruzione virtuale ed è possibile visualizzarla grazie al software Google Earth (o dal plugin di Google Maps direttamente nel browser). Stessa sorte è toccata alla Porta di Troia e si spera che presto si possa vedere l’intera città ricostruita per permettere anche a chi fosse lontano di saggiare, seppur virtualmente, la bellezza di Lucera.

La cattedrale ricostruita virtualmente per Google Earth

Le leggende che si susseguono sul monumento sono molteplici, in particolare la più famosa è quella che sarebbe sorta sui resti della moschea della Luceria Saracenorum (il blog se ne è occupato con un piccolo contributo tempo fa). Questa volta vogliamo portare uno spunto di riflessione su ciò che “non si vede” ma che si percepisce della magnifica chiesa intitolata a Santa Maria. Ci stiamo riferendo alla cripta, abbandonata e chiusa secoli fa e ricoperta di terra. I motivi di questa scelta non sono per nulla chiari e soprattutto racconti popolari parlano di cunicoli, altari e resti umani affioranti. Inoltre recenti lavori che hanno interessato la sagrestia hanno portato alla luce delle sepolture ed un tratto di strada romana. Che sia arrivato finalmente il momento di ridare luce anche a questo angolo di storia così importante per la nostra città? Ovviamente con le massime cautele del caso, perchè se ci fosse qualcosa di prezioso o inestimabile sarebbe compito di tecnici e specialisti poterli donare alla città.

La misteriosa entrata della cripta di Lucera. Cosa contiene?

Alessandro De Troia

Il battistero del Duomo di Lucera: lo stemma di una nobile famiglia e l’identità del committente

Una delle più belle testimonianze dell’arte rinascimentale nella nostra città è il monumentale battistero del Duomo angioino che, dagli storici locali, è genericamente datato al  XV secolo. E’ sito nei pressi dell’ingresso alla navata sinistra, addossato alla parete, tra l’artistico ciborio quattrocentesco e l’accesso ad uno dei due ex porticati laterali esterni, i quali vennero poi inglobati nelle mura di quattro cappelle, a loro volta demolite nei discutibili lavori di restauro del 1878-1892.

Il battistero si presenta come un mirabile tempietto lapideo alto 8,34 m., composto da quattro colonne scanalate con artistici capitelli, collegate tra loro da archi a tutto sesto con pennacchi, pilastrini angolari e cornici finemente scolpiti. Sulle colonne si innesta un tamburo costituito da due ottagoni, di cui l’ultimo rientrante, disposti l’uno sull’altro in maniera asimettrica, decorati ciascuno da otto pannelli traforati a motivi geometrici e floreali. Il tutto è sormontato da una cupola piramidale ottagona, in cima alla quale troneggia una scultura su piedistallo decorato a fogliami. All’interno del tempietto, al centro di un ripiano contornato di blocchi in breccia rosata e con pavimento dipinto a scacchi, c’è il fonte battesimale vero e proprio. E’ costituito da una vasca in pietra alluvionale levigata, sostenuta da un basamento cilindrico in ocra rossa, racchiusa da un involucro ligneo barocco con cupola a bulbo.

T. ILICETO (2007)

Il battistero

In origine, stando a quanto scrive l’avv. Emmanuele Cavalli [1], il battistero era posto al centro della navata sinistra e sarebbe stato trasferito nell’attuale collocazione nel ‘500. L’avv. Giambattista Gifuni [2] riferisce che ciò avvenne per opera dell’aretino Pietro de Petris, vescovo della diocesi lucerina dal 1553 al 1580. Si possono solo fare delle ipotesi sui motivi di questo trasferimento. E’ probabile che il battistero fosse d’intralcio alle processioni liturgiche del clero e al transito dei fedeli che volessero raggiungere l’altare di S. Maria Patrona. Inoltre, è da tener presente che l’afflusso dei fedeli aumentava durante gli anni giubilari e il giovedì santo, per la cosiddetta ‘visita ai sepolcri’, dato che chi desiderava lucrare le indulgenze doveva attraversare necessariamente la navata sinistra entrando dall’ingresso esterno detto ‘porta delle indulgenze’ o ‘porta del battistero’. Non è da escludere anche l’ipotesi avanzata dal sacerdote Don Gaetano Schiraldi [3], e cioè che il de Petris avesse come riferimento l’opera del Card. Carlo Borromeo, “Instructionum fabricae et suppellectilis ecclesiasticae libri duo” (1577), l’unico manuale che, nel periodo successivo al concilio tridentino, si occupò anche di architettura sacra esercitando grande influenza sull’edilizia ecclesiastica. In particolare, nel libro I, al cap. XIX si danno istruzioni su dove posizionare il battistero: ”Se è all’interno della chiesa, esso sarà collocato in un apposito sacello piuttosto vicino alle porte d’ingresso… Può occupare una cappella laterale, l’unica che può trovarsi nella prima campata, o uno dei due primi intercolumni, opportunamente recintato da inferriate e colonne.” [4]

Tornando al monumento, esso si presenta privo di una qualsiasi iscrizione che attesti quando e chi l’abbia commissionato. L’unico elemento interessante è costituito da tre scudi lapidei, posti intorno al basamento di sostegno della vasca, riportanti un medesimo stemma detto in araldica ‘spaccato’, che finora non è mai stato oggetto d’indagine. Esso presenta nella metà superiore un mezzo leone rampante in rilievo; in quella inferiore, tre stelle a sei punte disposte due su una. Grazie all’ausilio dell’Araldica è possibile riconoscere in esso l’arma della nobile casata dei Dentice, del ramo delle Stelle.

I Dentice

 La famiglia Dentice era originaria di Amalfi, e si pensa discenda da un certo Sergio soprannominato ‘Dentice’, che fu duca di quella città nel sec. X. Altri, invece, la ritennero originata da una famiglia del patriziato romano, la ‘gens Dentata’, i cui discendenti si sarebbero rifugiati ad Amalfi durante le invasioni barbariche. Trasferitasi prima a Sorrento, e poi a Napoli, questa famiglia godette in entrambe le città gli onori del patriziato, come pure a Sorrento e Capua. Feudataria fin dai tempi degli Svevi, fu aggregata a Napoli al Seggio di Capuana. Agli inizi del secolo XIV si divise in due linee che, dalle caratteristiche dei rispettivi stemmi, si dissero dei ‘Dentice del Pesce’ (ora Dentice Massarenghi, principi di Frasso) e dei ‘Dentice delle Stelle’ (poi duchi di Accadìa). Il casato ebbe il massimo del suo splendore nel periodo angioino, e ai tempi di Renato d’Angiò un miles Antonio Dentice era castellano della rocca lucerina, come attesta un diploma da Lucera datato 21 febbraio 1440.

La casata dei Dentice possedette edifici a Napoli, terre e casali nei dintorni, feudi in Campania, in Puglia e in Basilicata, per poi subire un forte declino nel periodo aragonese. Ascritta all’ordine di Malta, nel 1565, tra XVI e XVII secolo ebbe grande lustro per le imprese militari, per le attività artistiche e letterarie, nonché per l’impegno politico dei suoi discendenti. E’ stata insignita dei titoli di Principe, Duca e Conte, che in parte si estinsero nei vari rami, e in parte si conservano ancora, come quelli di principi di S. Vito dei Normanni e principi di Frasso. Attualmente, i diretti discendenti risiedono a S. Vito dei Normanni, nel castello di proprietà della famiglia.

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Armi dei Dentice [5]

 Ramo del Pesce:  D’azzurro, con un pesce dentice curvo d’oro; l’orlo composto di pezzi d’argento e di rosso alternati.

   Ramo delle stelle: Scudo spaccato: nel 1º d’argento al leone d’azzurro, nascente dalla troncatura, circondato da sei plinti di rosso posti a semicerchio; nel 2º d’ azzurro con tre stelle d’oro a 8 raggi, poste 2 su 1.

Stando ad antichi documenti che il nobile Francesco Dentice mostrò a Carlo Padiglione (1827-1921), grande studioso di araldica [6] , in passato gli esponenti del ramo delle Stelle avevano usato uno stemma che presentava il leone nascente d’azzurro, in campo d’argento, e al posto dei plinti (simboli di antica e generosa nobiltà, di costanza e fermezza), una bordura dentata d’argento e d’azzurro, forse per tramandare la presunta discendenza dalla gens ‘Dentata’. Lo storico e genealogista Vittorio Spreti (1887-1950), nel vol. II delle sue ‘Appendici all’Enciclopedia storico-nobiliare italiana’ (6), riporta uno stemma un po’ diverso: “leone rampante nascente dalla troncatura di rosso su oro, bordura inchiavata di azzurro sulla prima troncatura ; 3 stelle a 6 raggi di oro su azzurro in basso, poste 2 su 1.” [7]

Differenze a parte, l’attribuzione ai Dentice delle Stelle del triplice stemma del battistero sembrerebbe, dunque, confermata.

Ora, se si considera la cronotassi dei vescovi lucerini, emerge che proprio un esponente del ramo delle Stelle resse la nostra diocesi nel ‘400, per circa 26 anni. Parrebbe più che plausibile identificarlo come l’anonimo committente del nostro battistero.

Stemma sul basamento del battistero

Antico stemma dei Dentice delle Stelle (V. Spreti)

Stemma dei Dentice delle Stelle  (da ‘Italia Sacra’ di F. Ughelli)

Stemma dei Dentice delle Stelle
(da ‘Italia Sacra’ di F. Ughelli)

 

Ladislao Dentice, vescovo lucerino (1450-1476) [8]

 Il vescovo Bassustachio II [9] de Formica di Termoli (forse una contrazione di ‘Bassus’ ed ‘Eustachius’ ?), eletto nel 1422, resse la chiesa lucerina tra la fine della dinastia angioina e l’avvento di quella aragonese. Durante il suo episcopato furono accorpate alla diocesi lucerina quelle di Fiorentino (c. 1410) e di Tertiveri (1425). E dal 1439 al 1473 anche la diocesi di Civitate fu unita ad essa, “aeque principaliter”, da papa Eugenio IV.

Quando nel 1450 Bassustachio II morì, il capitolo della cattedrale di Lucera avrebbe dovuto provvedere all’elezione del suo successore, come da statuto; ma, a quanto pare, sorsero dei problemi. Bartolomeo Chioccarello (1575-1647), ricercatore attento ed archiviario della Regia Camera della Sommaria di Napoli, nel suo Indice Compendioso [10] di tutte le scritture riguardanti la regia giurisdizione del regno scrisse che Antonio Angeli [11], canonico e vicario generale dell’arcivescovo di Napoli Gaspare di Diano, aspirava a divenire vescovo di Lucera, contro la volontà di re Alfonso che gli preferiva Ladislao Dentice delle Stelle, un chierico napoletano di nobile famiglia di circa 23 anni. Quando il re seppe che il vicario di Napoli cercava di impedire al suo favorito di occupare la cattedra di S. Basso, il giorno 22 maggio del 1450, scrisse due lettere. La prima indirizzata allo stesso Angeli, in cui gli ricordava che l’elezione del vescovo di Lucera era compito del capitolo cattedrale, a cui faceva seguito la richiesta dell’assenso regio; pertanto, gli intimava di non impicciarsi di quella chiesa, su cui esercitava il suo legittimo diritto di patronato. La seconda lettera la indirizzò al papa Niccolò V, rammentandogli che papa Benedetto XI, con la bolla del 26 novembre 1303, aveva concesso ai re di Napoli il privilegio di legittimare il nuovo eletto per la diocesi di S. Maria di Lucera, prima che fosse confermato. E così era sempre avvenuto fino a quel tempo. Il re precisava, tra l’altro, che per espressa volontà del capitolo aveva presentato Ladislao Dentice, fermamente intenzionato ad ottenere quell’episcopato, e supplicava il sommo pontefice di concederlo a lui solo e non ad altri, tanto meno al vicario di Napoli. A quanto pare, però, il papa aveva già provveduto ad eleggere Antonio Angeli, il 15 maggio, ignorando la bolla del suo predecessore, che riconosceva al re particolari privilegi sulla chiesa lucerina. Solo che, dopo poco meno di due mesi, e probabilmente dietro le insistenze del re, il vescovo eletto Antonio Angeli, il 1 luglio dello stesso anno fu trasferito alla diocesi di Potenza. Ladislao Dentice riuscì così a realizzare i suoi propositi. Pare che, per la sua giovane età, gli fosse concessa la diocesi lucerina prima solo in commenda. Secondo lo storico francescano padre Eubel (1842-1923) ne sarebbe stato amministratore per cinque anni, prima di divenirne pastore ordinario. [12]

Il vescovo Ladislao, tra l’altro, “ut decentius sustentari valeat”,chiese a papa Callisto III che gli fosse concessa in commenda anche l’abbazia basiliana di S. Elia di Galatro, in diocesi di Mileto, che ricevette prima del 4 giugno del 1455 [13].

Il Dentice si distinse, in particolare, per aver fatto restaurare ed ampliare il vecchio episcopio lucerino danneggiato dal terribile terremoto del 4 dicembre 1456, come ricorda   il del Preite: “Questo illustre prelato attese con somma diligenza al governo della sua Chiesa, e finita la perigliosa guerra tra Renato et Alfonzo, attese a magnificare, et abbellire il Palaggio Vescovale, il quale n’era quasi andato in ruina, oltre che era di picciola forma, secondo comportava la vera simplicità e candidezza dell’animo di quelli antichi prelati, solamente intenti all’edificatione dello Spirito; Ladislao dunque l’ampliò, e ridusse in meglior forma, che non era prima, e sopra la porta, che hora corrisponde al giardino fe’ scolpire queste parole in una lunga pietra viva:

SANCTVS DEVS – SANCTVS FORTIS – SANCTVS IMMORTALIS

MISERERE LADISLAI DENTICE EPISCOPI MCCCCLVIII

– INDICTIONE VI – [14]

Morì nel 1476, e fu sepolto accanto a suo padre Giovanni nella chiesa abbaziale di S. Maria di Ferraria (diocesi di Teano), ormai da tempo in rovina (vedi), di cui era stato primo abate commendatario.

Walter V. M. di Pierro

 

Note:

 [1] E. Cavalli: Il Real Duomo di Lucera, e sue vicende, in Tre critiche digressive per la storia della città di Lucera  (Lucera, 1888).

 [2] G. Gifuni: Origini del ferragosto lucerino,  II ediz., Lucera 1933, p. 83n .

[3] G. Schiraldi: Rinascimento nel Duomo: il Ciborio e il Battistero del Duomo di Lucera, p. 159 in  La Capitanata. Quadrimestrale della Biblioteca Provinciale di Foggia, Anno XLVII (2010) n° 24.

 [4] C. Borromeo: Instructionum fabricae et suppellectilis ecclesiasticae libri duo, trad. it. a cura di Zelia Grosselli, voll. 2, Milano 1983, lib. I, cap. XIX.

[5] S. Mazzella: Descrittione del Regno di Napoli, Napoli, 1601, pag. 623.

[6] C. Padiglione: Delle livree, del modo di comporle e descrizione di quelle di famiglie nobili italiane, Napoli, 1889, CCLXXV.

[7] V. Spreti: Appendici all’Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano, 1935-36, vol. II, p. 610.

[8]  F. Ughelli: Italia Sacra sive de Episcopis Italiae et insularum adjacentium, Ed. II, Tomo VIII, Venezia, 1721, pp. 321-322.

[9]  J, Perarnau i Espelt: Documentació papal relativa als Països Catalans en quatre registres del sec. XV de l’Archivio Segreto Vaticano (“…venerabili fratri nostro Bassustachio, episcopo Lucerino, tunc in Romana curia residenti…”, Roma, 12 febbraio 1445/1446), dalla rivista Arxiu de textos Catalans antics , 1996, n° 15, p. 448.

[10] B. Chioccarello: Archivio della Reggia Giurisdizione del Regno di Napoli Ristretto in Indice Compendioso ecc, Venezia, 1721, Tomo VII, Titolo III. Del Capitolo della Città di Lucera, p. 137.

 [11] G. Sajanello: Historica monumenta Ordinis Sancti Hieronymi Congregationis B. Petri de Pisis, Editio Secunda, Tomo II (p. 479: “…egregio Decretotum Doctore Dom. Antonio Angeli Canonico Neapolitano & Archiepiscopi Vicario Generali…”), Roma, 1760.

[12] C. Eubel : Hierarchia Catholica Medii Aevi vol. II, Sumpt. et typis Librariae Regensbergianae, Monasterii, 1914, p. 181.

[13]  A. Chalkéopoulos: Le Liber Visitationis d’Athanase Chalkéopoulos (1457-1458). Contribution à l’histoire du monachisme grec en Italie méridionale, a cura di Marie-Hyacinthe Laurent, Studi e Testi vol. 206, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1960.

[14]  R. Del Preite: Breve descrittione della Città di S. Maria prima detta Luceria per historia dalla sua origine, P. 7, f. 83/74 v., ms. del 1690 c., c/o Bibl. Com. di Lucera.