I saraceni di Lucera in una rivista olandese

Capita spesso di trovare Lucera citata su riviste o pubblicazioni italiane, naturalmente per il suo retaggio di colonia musulmana durante il medioevo oppure per il suo patrimonio monumentale e artistico. Raramente, invece, l’eco delle vicende storiche di Lucera va oltre i confini nostrani, ma quando accade non può che renderci orgogliosi dell’importanza e delle radici culturali che dovrebbero fondare l’identità di una città e dei suoi abitanti.
Quello che vi proponiamo oggi è una parte dell’articolo presente in una rivista Olandese, “Medieval Warfare“, che si occupa della storia della militarìa con contribuiti che spaziano dalla storia all’archeologia. Il breve saggio, scritto in lingua inglese, analizza la presenza dell’arco composito in manoscritti dell’Europa settentrionale, manufatto che era appannaggio delle popolazioni orientali. Ovviamente quando si parla di Medioevo e Oriente non si può che parlare di Lucera, la Colonia Musulmana fondata dall’Imperatore Federico II nel 1223, il quale trasferì i ribelli Saraceni nel Tavoliere. Nello specifico l’autore, Nils Visser, professore di Inglese in una scuola tedesca, approfondisce la figura dell’arciere Saraceno, immergendolo in quello che era il contesto storico nel XIII secolo.
Per facilitare la lettura e la comprensione abbiamo tradotto la parte riguardante la descrizione del tipico musulmano della colonia. Alleghiamo anche la scansione dell’intero articolo.

Arciere saraceno di Lucera - Fotografia concessa dall'associazione Imperiales Friderici II - www.imperialesfriderici.com

L’arciere saraceno di Lucera

Possiamo iniziare a formare un quadro di un Saraceno di Lucera del tredicesimo secolo. Probabilmente stanziato nel castello di Lucera, sebbene legato al servizio militare verso il monarca, cioè un servus camera regie (servo della corona), avrebbe ricevuto una paga per i suoi servigi per quindici tareni d’oro al mese. La sua famiglia sarebbe vissuta nella città di Lucera, e durante i periodi di pace sarebbe stato impiegato nella produzione degli armamenti, forse come fabbricatore di frecce o come assistente nella costruzione degli archi.
Probabilmente il nostro arciere era un devoto Musulmano, fede rappresentativa della comunità di Lucera. Come credente, il nostro arciere avrebbe associato l’arcieria ad un sacro dovere, una fard kifayah stabilita nelle sacre scritture del Corano. L’interpretazione spirituale dell’arcieria era così importante tanto da immaginare l’arco composito come simbolo del corpo umano, con il legno rappresentante le ossa, il corno la carne, i tendini le arterie e la colla il sangue. Si dice anche che le frecce scagliate a distanza, venissero raccolte a piedi nudi, in segno di rispetto per la terra consacrata tra la posizione di tiro e l’obiettivo, sebbene l’uso pratico dell’andare scalzi fosse quello di individuare meglio le frecce conficcate nel terreno.
Il nostro arciere avrebbe avuto un buon tiro. Gli Arcieri erano capaci di colpire un obiettivo di un metro alla distanza di 75 metri, e a cavallo, sarebbero stati in grado di scoccare frecce in successione girati verso la parte posteriore di un destriero al galoppo. Anche se probabilmente non efficace come i più allenati Mamelucchi, popolazioni dell’est (i cui allenamenti presumibilmente duravano otto anni), sarebbe stato meglio preparato di molti dei suoi nemici che avrebbe incontrato sui campi di battaglia italiani.
Il nostro arciere si sarebbe equipaggiato con attrezzature sempre più standardizzate. Una giubetta (giubba imbottita); un elmo leggero chiamato cervelliera; una spada; una daga chiamata coltello con punta; un arco di osso o di corno; una faretra coccari; un piccolo scudo rotondo chiamato rotella; protezioni per le spalle dette spalliere; e qualcosa definito come tacche, che generalmente vengono associate agli anelli da pollice degli arcieri. Avrebbe avuto una custodia per l’arco, che indica la presenza di un arco composito piuttosto che un arco normale, in quanto quest’ultimo è troppo lungo per essere contenuto in una custodia.
Il nostro arciere sarebbe probabilmente in grado di leggere. Gli Arabi scrissero un gran numero di trattati sulla guerra che furono studiati nel mondo Islamico. I manuali sono completi e variegati. Oltre a contenere informazioni sulle basi dell’arcieria (postura, tipi di frecce, incoccare, etc.), contenevano anche alcuni consigli tattici. Alcuni di questi includevano che la migliore azione è quella confrontata con un leone selvaggio, oppure come usare una faretra georgiana per determinare il processo di sanguinamento di un nemico a cavallo.
Avrebbe probabilmente servito uno dei Musulmani che avevano ricevuto l’investitura a cavaliere o qualche terra. Forse il nostro arciere serviva il Capitano Ibrahim, inviato in Achaea in Grecia nel 1273. Oppure il Cavaliere Riccardo, comandante di una unità di arcieri in Romania lo stesso anno e un’altra unità di 100 arcieri in Albania nel 1275, dove difese per tre mesi la città di Dyrrachium contro le forze Bizantine.
Nelle grandi battaglie, i Saraceni del Regno di Sicilia, alcuni a piedi, altri montati, non imitavano pienamente le tattiche Seljuk, che facevano affidamento su eserciti completamente a cavallo e rapide incursioni. Gli arcieri appiedati, insieme con la fanteria regolare, fornivano supporto alle unità di cavalleria pesante. Gli arcieri montati utilizzavano la loro mobilità e velocità per aggirare il nemico o per colpirlo ai fianchi delle formazioni.
Gli ariceri del Regno di Sicilia venivano usati come truppe ausiliarie
sin dai tempi dei normanni. Nel 1076, presero parte all’assedio di di Salerno, nel 1091 a quello di Cosenza. Altre fonti li vedono impegnati a Castrovillari, Amalfi e nello Stretto di Messina, rispettivamente nel 1094, 1096 e 1098. Dal 1130 in poi, Re Ruggero II li utilizzò come guardia personale.
L’arciere di Lucera era al servizio di Federico II nell’Italia settentrionale. Nel 1236, 7000 di essi vennero utilizzati nella presa del castello di Montichiari. Nell’Agosto 1237, 10000 di loro furono inviati a Ravenna dall’Imperatore, e nel Settembre del 1237, 7000 unità furono segnalate in servizio a Mantova e nel Novembre dello stesso anno alla battaglia di Cortenuova. In questa ultima battaglia furono decisivi nella parte finale “svuotando le faretre”, secondo quanto riportato da Pier delle Vigne (Amatuccio, Saracen Archers in Southern Italy, paragrafo 4).
Dopo la morte di Federico II, i Saraceni servirono suo figlio Manfredi. Nel 1254, combatterono nella battaglia di Guardia Lombardi, e nello stesso anno furono largamente impiegati nella presa di San Germano, entrando nella città in segreto e aprendo la porta principale per il resto dell’esercito. Nel 1266, combatterono nella battaglia di Benevento, dove Manfredi morì. Il potere sul Regno di Sicilia passò al vincitore, Carlo d’Angiò, che diventerà Re Carlo I di Sicilia. Una parte del bottino di guerra fu trovato nella camera del tesoro del Castello di Lucera, compresa una grande quantità di archi.
Carlo I di Sicilia proseguì nell’uso degli arcieri nelle sue armate, utilizzandoli nei Balcani, in Tunisia, nella Guerra dei Vespri Siciliani e sulle navi. Comunque, il numero dei Saraceni impiegati iniziò a decrescere. È possibile che Carlo I non si fidasse pienamente di loro. Inoltre, la popolarità della balestra era costantemente in crescita.
All’inizio del nuovo secolo, Carlo II di Napoli decise che la presenza di una comunità Islamica sulla penisola era inaccettabile. Nel 1300, il suo esercitò attaccò Lucera, uccidendo chi la difendeva ed esiliando o vendendo come schiavi i sopravvissuti. Tutte le moschee e le influenze “aliene” di Lucera furono rase al suolo. L’insediamento di Lucera e le abilità sviluppatesi andarono perdute.
A tal proposito, Carlo d’Angiò era il figlio di Luigi VIII di Francia, il più giovane fratello di Luigi IX. È ovvio che Luigi, cercando di prepararsi ad un’invasione Mongola in Francia, avesse fatto appello a suo fratello, che controllava un arsenale pieno di archi compositi, un sito di produzione, gli artigiani e gli arcieri stessi. In risposta alla domanda sul luogo di provenienza degli archi compositi nella Bibbia Maciejowski, passiamo dire con considerevole confidenza che furono costruiti dai Magistri saraceni nella Chazena di Lucera nell’Italia meridionale – il prodotto di un eccezionale periodo di integrazione su una scala vista raramente nella storia.

Traduzione a cura di Alessandro De Troia

 

 

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