I capi della colonia saracena sotto gli angioini

Oggi vogliamo riportare alcuni passaggi della pubblicazione del prof. Pasquale Corsi relativi ai personaggi importanti della colonia musulmana di Lucera negli anni della sua conclusione. Spesso si racconta dei cavalieri latini che ebbero il compito di estirpare il seme musulmano dal tavoliere, ma poco si sa dei personaggi maomettani che ne abitavano le terre. La documentazione superstite ha permesso di delineare alcuni dettagli delle figure preminenti all’interno della Lucera saracena così da poterne conoscere la posizione sociale e i possedimenti. Un articolo a parte verrà dedicato a Giovanni Moro, custode e preposto della Camera regis sotto Federico II e Manfredi. Lasciamo la parola al prof. Corsi:

Il controllo della comuntà era detenuto da una ristretta classe dirigente, che godeva del favore del sovrano, da cui aveva ottenuto privilegi ed immunità, oltre che l’elevazione al rango di “cavalieri”. Tra i personaggi più noti di questo ceto sono da annoverare un Riccardo (morto nel 1289), che finì i suoi giorni in disgrazia di Carlo II; suo figlio Haggàg (l’Agegio delle fonti latine), che riuscì a riconquistare il favore del re, e (al di sopra di tutti gli altri) ‘Abd-el-‘Azìz (l’Adelasisius delle fonti latine), che addirittura ricevette in feudo direttamente dal re la masseria di Tertiveri.

Proprio in riferimento a questi personaggi, che sapevano ben sfruttare il favore regio per ottenere privilegi ed accumulare ricchezze (a danno, spesso, degli stessi correligionari) con grande spregiudicatezza, è possibile formulare alcune considerazioni sulla loro mentalità e il modo di vita.

Per quanto riguarda ‘Abd-el-‘Aziz, oltre ai beni immobili in Lucera egli possedeva delle proprietà anche altrove, come del resto risulta per altri ricchi musulmani. Aveva infatti delle case in Foggia ed a San Severo, oltre a grosse somme di denaro e ad una preziosa suppellettile. Quando la rovina travolse la sua comunità, si sottrasse al generale, tragico destino non solo convertendosi ipso facto al cristianesimo ed assumendo quindi il nome di Nicola, ma soprattutto prestandosi a partecipare alle ricerche delle vettovaglie e degli altri beni nascosti dai suoi ex-correligionari prima della loro cattura. In premio ottenne non solo la libertà per sè e per tutta la sua numerosa famiglia (in tutto 40 maschi e 60 femmine) fatta trasferire a Foggia, ma anche una pensione annua e la restituzione della ricca suppellettile che gli era stata sequestrata. Tra l’altro, gli erano stati tolti gioielli e vasi d’argento e oggetti di oro lavorato, di valore (questi ultimi) uguale o maggiore di quelli d’argento, valutati circa ottanta once d’oro. Anche al figlio maggiore di ‘Abd-el-‘Aziz, divenuto cristiano col nome di Giovanni, fu concessa la dignità cavalleresca e furono rinnovati vari privilegi.

I resti di Tertiveri, a 6 km da Biccari sulla strada che porta a Lucera

Abbastanza simile fu la sorte di Haggàg e degli altri maggiorenti, anch’essi convertiti in extremis al cristianesimo. A lui, che aveva assunto il nome di Giovanni, fu concessa una pensione annua di 12 once; inoltre ottenne di poter recuperare i propri beni, tra cui una casa in Troia, prospiciente la pubblica piazza, un’altra casa ed una vigna in quel di Foggia. Anche Haggàg doveva possedere nelle sue dimore suppellettile preziosa. Lo dimostra una vertenza del 1295, quando il nostro cavaliere saraceno chiedeva di poter riscattare alcuni oggetti dati a suo tempo in pegno ad un usuraio napoletano, Francesco Pellipario, il quale però intendeva trattenerli in conto degli interessi già maturati. Si trattava, per la precisione, di 11 piatti (scutellae) edi 10 bicchieri (nappi) d’argento, del valore di 9 once d’oro. Col pretesto che era proibito esercitare l’usura, Haggàg chiese ed ottenne l’intervento del re, Carlo II, perchè gli oggetti gli fossero restituiti in cambio del solo rimborso della somma prestata.

Una modesta, ma pure sempre utile descrizione del corredo personale di un funzionario di notevole livello ci è offerta da un’inchiesta (doc. IX dell’Appendice), riguardante la morte di Riccardo caytus, “custos camere Lucerie sarracenorum”. Essendosi sparsa la voce che era stato ucciso, nel luglio 1284 era giunto l’ordine da Palermo di indagare sulla sua morte e di fare l’inventario dei suoi beni. Viene così spiegato nel verbale successivamente redatto che il suddetto Riccardo era morto a Trani in casa del giudice Pietro de Luciano, che era stato ivi curato dal medico magister Riccardo e che era deceduto per le febbri causate dalla dissenteria, dopo essere stato confessato e comunicato. Il defunto non aveva altro a Trani (almeno ufficialmente) che i propri vestiti, tra cui una veste di color verde, un giubbone, 5 chiavi, una borsa per riporvi il denaro e un paio di stivali.

Tratto da:  P. Corsi, Tra pubblico e privato, aspetti di vita quotidiana nel mezzogiorno medievale, Biblios, Bari, 1998, pp. 98 – 101

Alessandro De Troia

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