Una breve storia ferroviaria di Lucera

Sin dall’antichità Lucera ha rappresentato la porta d’ingresso per la Puglia per qualsiasi viaggiatore che, dal litorale tirrenico, volesse raggiungere il mare Adriatico per poi recarsi ad Oriente tramite i porti di Siponto e Brindisi.

Ne sanno qualcosa i Romani già nel 322 a.C., che proprio per venire in soccorso agli alleati lucerini assediati dai Sanniti, incapparono in una delle più umilianti sconfitte della propria storia: la battaglia delle Forche Caudine. Per raggiungere da Roma la cittadina dauna, infatti, i consoli romani potevano scegliere tra due alternative: attraversare l’Appennino più a Nord e poi costeggiare la riviera adriatica verso Sud, strada meno tortuosa e più sicura ma molto più lunga, oppure avventurarsi attraverso le strettoie del Nord del Sannio. I consoli optarono per il tragitto più breve, ma il nemico sannita comandato da Gaio Ponzio Telesino, appostatosi sulle alture di quel territorio così angusto e poco conosciuto alle legioni romane, preparò una clamorosa imboscata che si concluse con una disfatta per le truppe di Tiberio, poi costrette a passare disarmate sotto il giogo.

Nei primi anni dell’800, in pieno sviluppo ferroviario, in Italia si cominciava a ragionare di una linea che consentisse di collegare il litorale tirrenico con quello adriatico. Il primo progetto della tratta, curato dall’ingegnere francese Bayard per i sovrani borbonici, risale al 1836, ma passarono molti anni prima della sua realizzazione a causa della lunga discussione politica che ne era scaturita, relativa al percorso che la linea avrebbe dovuto seguire. In quel momento infatti il Regno delle due Sicilie, di cui Lucera faceva parte, aveva l’esigenza di collegare la capitale Napoli con il porto di Manfredonia, uno dei principali scali merci del Meridione. Le diatribe nacquero per decidere quali centri sarebbero stati toccati dalla nuova linea, oltre alle solite considerazioni di carattere tecnico ed economico e agli interessi della stessa Società per le Strade ferrate meridionali che, dopo l’Unità d’Italia, aveva ottenuto dal Re la concessione per la costruzione della linea. Inizialmente il percorso che collegava Foggia a Napoli passava attraverso la valle del fiume Ofanto (che poi è divenuta la linea Rocchetta – Avellino), ma le mutate condizioni politiche, ossia l’unificazione del Paese, fecero apparire inadeguata questa soluzione a tutto vantaggio della città di Benevento che fino a poco tempo prima costituiva una semplice enclave Pontificia all’interno del Regno Borbonico. Il 28 novembre 1864 il ministro dei Lavori Pubblici del Regno Stefano Jacini e il direttore generale della Società per le Strade ferrate meridionali firmarono la convenzione con la quale veniva revocata la linea via Rocchetta Sant’Antonio ed autorizzata quella per Bovino – Ariano Irpino – Benevento. Le trattative sul percorso che la linea avrebbe dovuto seguire non tennero però alcun conto delle richieste avanzate al Governo da parte di alcuni Enti tra i quali i Consigli Provinciali di Capitanata, Benevento e Napoli nonché la Camera di Commercio ed il Comune di Napoli, i quali avevano spinto per un tracciato che, sebbene più lungo, toccasse i centri di Lucera e Troia che allora erano tra i più floridi della Capitanata. Continue reading

Il Circo della Luceria latina: prime ipotesi

La storia della Luceria romana è arcinota alla storiografia nonchè all’archeologia. Per tutte le problematiche relative alle fonti e ai reperti consigliamo la lettura di Lucera. Topografia Storica Archeologia Arte con saggi di Elena Antonacci Sanpaolo, Marcella Chelotti, Cosimo D’Angela, Enzo Lippolis, Mimma Pasculli Ferrara, Luigi Todisco, Nunzio Tomaiuoli e la tesi di dottorato Lucera in età romana. L’organizzazione dello spazio urbano della dott.ssa Lisa Pietropaolo.
Quello di cui ci occuperemo in questo breve articolo riguarda un aspetto specifico dell’apparato monumentale della Luceria durante il periodo romano, a cui abbiamo accennato poco tempo fa grazie ad un contributo di Francesco Elio Cetola, ovvero alla possibilità di individuazione di un circo all’interno del perimetro della città romana.
Il circo, nell’antica Roma, altro non era che il luogo deputato alle corse dei cavalli e che aveva una forma circolare (circus in latino) costituito da due rettilinei paralleli, separati da una balaustra, raccordati da due curve.

Pianta del d'Amelj, 1861

Il problema dell’individuazione di un possibile apparato monumentale che si possa riferire ad un circo, è stato analizzato da diversi storici di locali memorie e in particolare dal D’Amelj nella sua Storia della città di Lucera del 1861 e dal Colasanto nella Storia dell’antica Lucera uscito nel 1894. Entrambi avanzavano ipotesi sul luogo in cui poteva essere sorto il circo. Il primo era convinto che ci fossero ben due circhi, uno sul Piano dei Puledri ed un altro nella zona dell’anfiteatro. Il can. Colasanto, invece, correggendolo sosteneva che i ruderi visibili ancora al suo tempo fuori porta Croce fossero di edifici residenziali, ed era sicuro dell’esistenza di un solo circo nei pressi appunto dell’anfiteatro, di cui scrive che erano state messe in luce la spina centrale, attorno alla quale giravano le bighe o le quadrighe, ed erano stati rinvenuti monete ed idoli. Secondo lui, l’antica denominazione popolare di “abbasce i port vecchje” si riferiva non tanto alla porta o alle porte che si aprivano nel tratto di mura romane a ridosso dell’anfiteatro, ma addirittura alle arcate del circo. Aggiungeva inoltre che:

Non molto discosto dal Circo al nord vi era il teatro, dove si è rinvenuta una monca lapide, in cui si legge questa iscrizione: … THEATRUM LOC… Non lungi dal teatro al nord si osserva l’ambito dell’anfiteatro, ove sono gli avanzi di un duplice muro che circondava l’arena, e di due porte d’ingresso l’una di fronte all’altra.

Ciò significa che a nord del circo c’erano anfiteatro e teatro e, di conseguenza, a sud dell’anfiteatro c’erano teatro e circo.
Purtroppo chi scrive, oltre alla pianta del D’Amelj, non è riuscito a reperire disegni, incisioni o immagini che possano testimoniare ciò che i due studiosi avevano la fortuna di ammirare in quel periodo. Possiamo però farci un’idea osservando le fotografie aeree scattate a metà del 1900. Continue reading