L’abate Pacichelli e la Lucera di fine ‘600

Giovan Battista Pacichelli nacque a Roma, verso il 1634, da una famiglia di origini pistoiesi distintasi per «fatti d’arme» e «benemerenze ecclesiastiche». Compiuti a Pisa gli studi giuridici, si laureò a Roma in Teologia, e nel 1672 ricevette da papa Clemente X l’incarico di Uditore Generale della Nunziatura Apostolica per la conferenza di pace di Colonia, ove si recò l’anno dopo. Da allora in poi realizzò una serie di viaggi in giro per l’Europa, di cui pubblicò dettagliate relazioni in forma epistolare.

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L’abate Pacichelli a 38 anni

Dopo alcuni brevi soggiorni, a Roma e a Parma, il Pacichelli si stabilì definitivamente a Napoli nel 1683, occupandosi dei suoi studi storici e della preparazione della sua opera più nota, pubblicata postuma dopo la sua morte a Roma nel 1695:

“Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie, in cui si descrivono la sua metropoli fidelissima città di Napoli, e le cose più notabili, e curiose, e doni così di natura, come d’arte di essa: e le sue centoquarantotto città, e tutte quelle terre, delle quali se ne sono havute le notitie: con le loro vedute diligentemente scolpite in rame, conforme si ritrovano al presente, oltre il Regno intiero, e le dodeci provincie distinte in carte geografiche … con l’indice delle provincie, città, terre, famiglie nobili del Regno, e quelle di tutta Italia.  Opera postuma divisa in tre parti dell’abate Gio. Battista Pacichelli, In Napoli, a spese del Parrino e del Mutio, 1703 “, in 3 volumi (ultima ristampa anastatica a cura della Forni Editrice, Sala Bolognese, 2008).

Anche in quest’opera, l’abate fece confluire i suoi studi prediletti di carattere corografico, storiografico ed etnografico, facendo tesoro dell’esperienza diretta della visita ai luoghi, grazie ai numerosi viaggi che lo portarono a percorrere l’intero Regno di Napoli.

Il Pacichelli intraprese ben quattro viaggi ufficiali in Puglia, aventi come meta la città di Altamura, ove si recava in qualità di “visitatore” per conto del suo signore, Ranuccio II Farnese, VI duca di Parma e Piacenza. I resoconti di questi viaggi furono pubblicati nelle Memorie de’ viaggi per l’Europa Christiana (1685) e nelle Memorie novelle de’ viaggi per l’Europa cristiana (1690), opere di piacevole lettura, ricche di notizie erudite e di osservazioni interessanti sugli usi e i costumi locali.

In realtà, nei suoi viaggi, per quanto gli fosse consentito, cercò sempre di muoversi in incognito, per evitare eccessivi riguardi nei suoi confronti, per via del suo ufficio, e per seguire indisturbato un proprio itinerario dettato dal suo intimo piacere di conoscere luoghi mai visti prima, verificando di persona ciò che gli era noto per sentito dire o che conosceva solo dai libri.

Le sue relazioni costituiscono un prezioso documento per conoscere come si viaggiava in Puglia a fine Seicento, e capire quali impressioni suscitassero i nostri luoghi agli occhi di un uomo colto ed esperto, quale era il Pacichelli.

In occasione del suo primo viaggio in Puglia, l’abate visitò le province di Capitanata e di Terra di Bari, presumibilmente verso la fine dell’autunno del 1680, come risulta dall’attestato di Comunione rilasciatogli a Monte Sant’Angelo (datato 27/11/1680), presso quella che definì la “Celeste Basilica”. Nelle varie tappe usava prendere nota di ciò che attirava il suo interesse, per poi rielaborare ed ampliare i suoi appunti a Napoli, dove pubblicò le sue relazioni.

L’abate seguì un itinerario che attraverso il monte Buccolo, presso Celle S. Vito, lo portò a guadare il Celone e a salire in direzione di Troia. Da lì scenderà verso Lucera, di cui ricorda l’imponenza del castello e l’austera bellezza del duomo angioino, citando alcuni personaggi legati al mito e alle fasi storiche della città, alternando idealmente ad ogni fondatore il suo rispettivo distruttore: dall’eroe greco Diomede all’imperatore bizantino Costante II; da Federico II di Svevia a Carlo II d’Angiò. L’unico riferimento alla storia recente, con dettagli alquanto inesatti, è l’episodio del sacco della città avvenuto per opera della banda del brigante Sciarra. Si può cautamente ipotizzare una qualche confusione, nella consultazione delle fonti, tra gli eventi verificatisi ai tempi della rivolta di Masaniello (1647-48) e quelli realmente accaduti nel 1592. Da buon abate, poi, cita i nomi dei religiosi morti in fama di santità, e le cui spoglie erano venerate in città, elencando altresì il numero delle parrocchie e delle famiglie religiose presenti. Particolare attenzione riservò alla descrizione delle avverse condizioni climatiche, dei prodotti tipici del territorio, del commercio, dell’indole e degli usi e costumi degli abitanti dei diversi centri visitati.

Solo in seguito, richiamando alcuni passi di questa sua prima relazione di viaggio, redasse la scheda descrittiva della città di Lucera, arricchendola di riferimenti eruditi. Alla fine, dopo aver trattato delle principali città della provincia di Capitanata, inserì l’elenco delle varie località riportando per ognuna la vecchia e nuova numerazione dei fuochi (nuclei familiari o convivenze, utili ai fini fiscali). In quella del 1648, Lucera contava 1550 fuochi, pari a circa 7750 abitanti, e in quella del 1669, 1224 fuochi, pari a circa 6120 abitanti. Nell’anno della sua visita a Lucera, verso il 1680, la popolazione era scesa di molto sotto i 6000 abitanti, tanto che il Pacichelli la descrive “non abitata a proporzion della sua grandezza”, a causa di una profonda crisi economica e sociale, oppressa com’era da un’ eccessiva fiscalità, e molto provata da mezzo secolo di lotte giudiziarie per evitare di finire sotto le grinfie del conte Mattia Galasso, a cui era stata venduta dal vicerè Ramiro Núñez de Guzmán per 60000 ducati, nel 1642. Fu costretta all’esborso di ben 14000 ducati per evitare la minaccia feudale ed essere reintegrata nel regio demanio. A provocare il crollo demografico contribuirono anche altre cause, tra le quali le esorbitanti spese per l’alloggiamento di truppe stanziali o di transito, a cui si aggiunsero una serie di cataclismi, tra terremoti, epidemie e carestie. La relativa scheda descrittiva della città fu poi inserita nella terza parte dell’opera postuma (pp. 106-107), curata dall’ editore Michele Luigi Muzio e dal suo collaboratore Domenico Antonio Parrino. Questa parte fu dedicata a Don Nicola d’Avalos, primogenito di Giovanni Principe di Troia:

“Alla gloria di V. E. che come sole sa spandere fulgidi raggi di nuovi splendori al mondo, sospendiamo in voto una delle parti del bel Regno di Napoli, che già espose alla prospettiva degli occhi e degli ingegni più curiosi la penna della f. m. dell’Abate Gio. Battista Pacichelli, ed ora le nostre stampe portano e publicano alla luce.”

Tra le vedute di città che illustravano i tre volumi, realizzate dal cartografo, disegnatore ed incisore lombardo Francesco Cassiano de Silva, c’è anche la bella e nota incisione su rame di Lucera, circondata di mura turrite, con a sinistra la fortezza svevo-angioina, all’interno della quale si ergeva ancora, anche se in rovina, la mole del celebre palatium federiciano.

Pianta della Capitanata eseguita dal disegnatore ed incisore D. Francesco Cassiano de Silva e dedicata al principe di Troia Giovanni d’Avalos (da “Il Regno di Napoli in prospettiva…”, parte III, Napoli 1703)

Di seguito, con opportune modifiche, e senza stravolgere il testo originale, si riporta la descrizione della tappa a Lucera nel suo primo viaggio in Puglia, tratta da “Memorie de’ viaggi per l’Europa christiana, scritte a diversi in occasion de’ suoi ministeri dall’abate Gio. Battista Pacichelli” (In Napoli, nella Reg. Stampa, a spese di Giacomo Raillard, 1685, volume IV, tomo I, pp.437-541):

“Picciola è questa provincia di Puglia piana, non eccedendo sessanta miglia di lunghezza. Abbraccia però città riguardevoli, ma la supera la montuosa dalla parte di Otranto e Lecce. È calidissima nella state e combattuta da varie specie di nojosissimi animaletti, avverandos’ il proverbio comune, che non vi sia peggiore inferno, quanto l’estate in Puglia e nell’Aquila l’inverno. È però molto grassa, col popolo assai docile.

Vi si compone, verso le feste natalizie, di miele e farina grossa, il pane, che chiamano schiavonesco, dolce e sostanzioso.

Produce una specie di cicorietta sì velenosa, che uccide se non si taglia a contrario vento; e varie sorti di semplici.

Gionsi, scendendo, a Lucera, già chiamata Nocera, famosa per le fabriche di Diomede, disfatte da Costanzo lmperador greco, ma riparate da’ Saraceni, con l’aura di Federigo Secondo.

Sciarra capobandito l’assediò inutilmente con secento seguaci, che perderon tempo ne’ fossi, nel secol caduto. Si vede oggi la maestà delle reliquie del suo castello e il tempio celebre del Vescovado di Santa Maria della Vittoria, fabricato da Carlo II.

Fra i domenicani sta il corpo del loro Sant’Agostino unghero, vescovo di questa città ch’è regia; e ne’ francescani quello di frate Angelo da Specchio Ortolano, compagno di San Bernardin da Siena e di un altro anonimo, che serba la lingua incorrotta.

Tre son le chiese curate, otto quelle de’ regolari, fra le quali una de’ benedettini. Vi risiede l’udienza di Capitanata e del Contado di Molisi unita. Vi si celebra la fiera due volte l’anno, con molto concorso, essendo anche fertilissimo il territorio, dove penuriandosi di acqua buona, sogliono raffrescarsi ne gl’intensi calori della state, mangiando le cime tenere della malva asperse con l’aceto; o pure succhiar questo dentro i cardi selvaggi alti, che studiosamente ne colmano. La conobbe arida il Venusino, quando scrisse Ode 3 Epodo (14):  Siticulosae Apuliae.”

Veduta della città di Lucera con dedica al vescovo Mons. Domenico Morelli (da “Il Regno di Napoli in prospettiva…”, parte III, Napoli 1703)

A seguire, la descrizione della città di Lucera tratta dalla sua opera postuma “Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie…” (parte III, Napoli 1703, pag. 106-107), nella quale fu rielaborato il testo della suddetta relazione epistolare:

“Per corrotta voce del popolo, cui piacque col nome di Nocera confondere i luoghi ed alterar le province, fu d’uopo darle il cognome usitato di Lucera di Puglia, e presso gli eruditi, di Lucera de’ Saraceni. Quella gran penna di Pier Razzano[1], frate dell’Ordine de’ Predicatori e di lei vescovo, fra molte sue opere degnissime, scrivendo delle laudi[2] di essa, figurasi restar chiamata così per la luce ch’ella reca alla provincia con l’amenità del suo sito: sedendo sul dolce giogo di una collina, nella parte australe, vicina al fiume Cerbalo[3], fra Benevento e Siponto. Persuadono l’antichità sua, che giudica Strabone, al 6° (libro), derivar da Diomede le restanti vestigie delle superbissime fabriche, fra le quali si raccorda il tempio superstizioso di Minerva. Afferma Plinio, che fu colonia de’ romani nel consolato di Spurio Postumio e Veturio Calvino[4], in fede di Velleio Patercolo, al 3° (libro), o di Marco Petilio Libone e Caio Sulpizio Longo[5]negli anni di Roma 439, in sentenza di Livio, e poco più di tre secoli prima che sorgesse il Sole della nostra salute. L’occuparono i sanniti, a’ quali però fu forza di restituirla a’ romani. Quindi ebbe parte nelle fazioni fra Cesare e Pompeo, scelta da questi per sua dimora, giusta ciò che ne scrive ad Attico Cicerone. Partito il romano imperio, preda infelice divenne de’ longobardi, e giogo forzoso di Costanzo Cesare greco, figliuolo del III Costantino, che l’uguagliò al suolo circa gli anni di Cristo 663, riferiti da Paolo Diacono e dal Biondo. Ristaurolla nondimeno Federico II svevo, costituendola stanza molesta de’ saraceni, ch’egli condotti avea dall’Africa[6], i quali da lui indegnamente protetti offesero in più forme la Santa Sede sconvolgendo ancor la quiete d’Italia. Ma allora il re di Napoli Carlo II angioino, tornando a farne acquisto più glorioso, co’ maneggi industriosi di Pipino[7] Maestro Razionale della Regia Zecca, mise in fuga più di ventimila de’ medesimi saraceni: i quali ricusato aveano di abbracciare le sante leggi del Redentore, cangiando l’impresso inumano lor nome, nel più sagro di Santa Maria della Vittoria. Così ora vien detto il duomo, ch’ei vi fondò di assai splendida e regal maniera, dalle campagne richiamandovi a ministrarvi il discacciato suo vescovo. Presta ubbidienza oggi questa alla Corona Cattolica, della qual è stata scelta per seggio dell’udienza di due province, che vale a dire: Capitanata e del Contado di Molisi. Non è ella abitata a proporzion della sua grandezza, che si accosta a cinque miglia di giro. Ha fatto però esperienza di forte nel secol caduto, allor che Sciarra[8] capobandito vi piantò inutile assedio ne’ fossi, con seicento de’ suoi più temerari seguaci. Maestose appariscono le reliquie del castello di lei, le quali avrebbon fatto stupire una volta la stessa militare architettura. Nella chiesa de’ padri domenicani è venerabile il corpo di Sant’Agostino unghero[9], già suo vescovo, e ne’ francescani quello di frate Angelo da Specchio ortolano[10], e fortunato compagno di S. Bernardin da Siena, e di un altro religioso anonimo con la lingua intiera[11], per mezzo del quale dispensa prodigiose grazie il Signore. Vi sono sei altre chiese di regolari, per lo più mendicanti e benedettini, una di suore, e tre curate, con diverse compagnie di laici, e uno spedale. I canonicati, al numero di otto, con quattro dignità di regal presentazione in parte, e del vescovo monsignor Domenico Morelli[12], godono assai comoda prebenda, per beneficenza dell’accennato re Carlo, che arricchì questa chiesa. Tuttochè picciola sia la diocesi, vien distesa nelle terre di Santo Nicandro e di Procina[13], e calcola congrua eccedente alla necessaria del Sacro Concilio di Trento. Due volte l’anno si celebra qui la fiera[14] con singolar concorso di mercanti già d’Italia, della Sicilia, Grecia e Schiavonia: riuscendo assai abondante ed opportuno il suo territorio, ancorchè scarso di acqua, sicom’è tutta la Puglia, che obliga i poveri sitibondi a raffrescarsi negl’intensi calori con le cime tenere della malva aspersa di aceto, o a socchiar questo liquore ne’ cardi selvaggi, alti e copiosi.

I chiaror de’ natali, e il concetto, manifesta qui per gentiluomini: gli Auria, i Campana, Corradi, Falconi, Gagliardi, Gallucci, Manfrelli, Mazzagrugni, Mobilii, Pagani, Prignani, Ramomondi, Recchi, Scassi, Severini, Spatafori & altri.

                                                                                                     Walter V. M. di Pierro
Note:
[1]Pietro Ranzano, umanista domenicano di Palermo, resse la diocesi lucerina dal 1476 al 1492.
[2] “De laudibus Luceriae civitatis”, opera celebre ed irreperibile composta dal vescovo Ranzano.
[3] Fiume Cervaro.
[4] Tiberio Veturio Calvino e Spurio Postumio Albino furono in coppia consoli di Roma per due volte: nel 334 a.C.e nel 321 a.C.
[5] Marco Petelio Libone e Gaio Sulpicio Longo furono consoli di Roma nel 314 a.C.
[6] In realtà, i saraceni furono deportati a Lucera dalla Val di Mazara, in Sicilia.
[7] Giovanni Pipino (+ 1316), ex notaio barlettano, grazie alle sue doti di abilità e astuzia riuscì a conquistare la fiducia dei sovrani angioini fino a divenire consigliere di re Carlo II e Maestro Razionale della Magna Curia. Disperse la colonia saracena di Lucera ottenendo il titolo di connestabile a vita della novella Civitas Sanctae Marie, ed accumulando feudi ed immense ricchezze che trasmise agli eredi. Fu sepolto a Napoli nella chiesa di S. Pietro a Majella.
[8] Marco Sciarra (1550 ca.-1593), famigerato brigante abruzzese divenuto capo di un vero e proprio esercito di fuorusciti,  ben organizzati militarmente e guidati da tre luogotenenti: Battistello da Fermo, Pacchiarotto e il fratello Luca Sciarra. Nella notte del 7 maggio 1592, Cicco Castiglia alias “Pacchiarotto”, anziché Sciarra in persona, con 400 banditi entrarono in città saccheggiando indisturbati le case dei cittadini più facoltosi.
[9] Beato Agostino Kazotic da Traù (1260 ca.-1323) O.P., già vescovo di Zagabria e poi di Lucera, dal 1322 al 1323. Deceduto in fama di santità e sepolto in S. Domenico fu venerato lungo i secoli sia con l’appellativo di beato che di santo. Dal 1812 le sue spoglie riposano nel duomo, sotto l’altare del Sacro Cuore, nell’ex cappella Gagliardi.
[10] Frate Angelo o Angeluccio da Pesche d’Isernia, frate laico avente la mansione di ortolano, morto in odore di santità nel 1460 e sepolto nel convento del S.S. Salvatore di Lucera.
[11] A tal proposito, padre Pietro Antonio di Venezia, nel tomo I del suo ‘Giardino Serafico Istorico…” (Venezia  1710, pag. 327) scrisse:  “Giovanni da Stronconio detto l’Incognito della Prov. di S. Francesco, morto in Nocera de’ Saraceni in Puglia l’anno 1418, cent’anni doppo la sua morte fù ritrovato il suo Cuore, e lingua sani, & incorrotti, operando il Signore molti miracoli per sua intercessione.”
[12] Canonico della Collegiata di Foggia divenuto vescovo di Lucera dal 1688 al 1715.
[13] Apricena
[14] Delle tre antiche fiere che si tenevano a Lucera, nel corso del ‘600 erano ancora praticate solo la fiera di Quaresima, dal “primo marzo per tutti li quindici”, e quella di Ognissanti, dal “primo novembre per tutti li quindici”.
 

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